Dal punto di vista di… DON DANIELE POLLIO

Il protagonista dell’appuntamento odierno con la nostra rubrica “Dal punto di vista di…” è Don Daniele Pollio, nativo di Vico Equense e parroco della Chiesa di Santa Sofia di Anacapri. Entrato in seminario nel 1995 e ordinato sacerdote nel dicembre del 2000, Don Daniele ci racconta il suo ministero e ci fornisce interessanti spunti di riflessione su temi di carattere sociale non riguardanti soltanto la Chiesa.

Partiamo subito dai ragazzi. Lei ha avuto modo di insegnare religione nelle scuole. Come ci si approccia agli studenti ai quali questa materia viene praticamente imposta?

“Paradossalmente la religione è una materia facoltativa, anche se ‘di comodo’ la seguono tutti. L’approccio è diverso: ho fatto un’esperienza di un anno e mezzo alle scuole medie, ci ho provato, ma era il periodo in cui era cambiato il vice-parroco, c’era Don Cristiano che era ben voluto ed è stato abbastanza difficile sostituirlo, soffrii questo. Mi avevano avvertito di attenermi all’insegnamento della materia e di non fare catechismo: anziché intercettare le domande di fede dei ragazzi, ho provato a dare le ragioni della fede”.

Stanno aumentando, in Italia, le persone che chiedono al Ministero dell’Istruzione di non limitare l’insegnamento della religione al solo cattolicesimo, onde evitare una sorta di indottrinamento univoco. Qual è il suo pensiero a riguardo?

“Per me l’insegnamento deve essere proporzionato alla religione maggiormente praticata. Vigerebbe la libera scelta da parte dei ragazzi, ma si dà per scontato che sia orientata verso la religione cattolica, perché si cresce solitamente in un ambiente familiare cattolico. Nei programmi sarebbe previsto anche un minimo di comparazione con le altre religioni principali”.

In che termini il parroco può intervenire nelle problematiche collettive e personali di una comunità?

“Dare delle indicazioni evangeliche – e il più scritturistiche possibili – affinché una persona faccia delle scelte libere e responsabili. Nelle omelie, invece, si può provocare respirando anche il clima che c’è nel paese, l’intento è quello di stimolare le persone”.

Ricordiamo che lei ha appoggiato l’iniziativa del sindaco Cerrotta nella lotta alle slot machine. Quale vuoto tentano di colmare, secondo lei, le persone dipendenti da questo vizio?

“Principalmente questa dipendenza è causata dalla noia alla quale questo paese lascia molto spazio, anche per la grande differenza tra la stagione estiva e quella invernale. Ho condiviso il principio generale di questa iniziativa, anche perché le ‘macchinette’ non sono un vizio prettamente giovanile: bisognerebbe creare delle occasioni di stimolo intellettuale”.

In una nostra recente intervista, il parroco Don Carmine del Gaudio sottolineava il maggiore attaccamento alla Chiesa da parte dei giovani anacapresi rispetto a quelli di Capri (‘c’è una mentalità contro la Chiesa che fa paura’ cit.). Se l’ha percepita anche lei, come si spiega questa differenza?

“Per motivi storico-sociologici, ad Anacapri – che sta cambiando molto – resta un forte senso religioso, anche se meno legato alle tradizioni; a Capri, invece, si è creata una disaffezione per una questione economica legata alle proprietà della Chiesa: la gente ha difficoltà a capire che quelle proprietà sono anche sue. C’è un grande lavoro da fare nel rendere partecipi le persone, ma anche loro devono lasciarsi coinvolgere”.

Qual è l’aspetto di Anacapri che più l’affascina?

“Gli spazi aperti, insieme con la genuinità”.

Per quali missioni sul territorio lei spende le sue maggiori energie?

“Provo a coinvolgere la parrocchia in una visita di tutte le realtà parrocchiali, strutturando quello che già c’è e rendendolo più un corpo organico”.

L’elezione a Sommo Pontefice di Papa Francesco ha entusiasmato moltissime persone. Cosa ne pensa?

“Di Papa Francesco viene apprezzata l’immagine che dà – voluta dal collegio dei cardinali elettori – insieme con la semplicità di linguaggio e l’uso dei simboli. Mi preoccupa il fatto che l’audience di Papa Francesco sia in aumento, mentre quello della Chiesa è in diminuzione: sembra che la gente, spinta da una simpatia emotiva, incentri la propria attenzione sul ‘personaggio’ e non sul messaggio e sull’idea di coinvolgimento che Papa Francesco vuole dare. E su questo lui stesso è in difficoltà: opera in perfetta continuità con il lavoro di Papa Benedetto XVI, ma la differenza di immagine e di comunicazione ha fatto percepire un netto distacco tra i due pontificati”.

Secondo lei, di quali esempi ha bisogno la gente per trarre ispirazione, in questi tempi di forte diffidenza e di confusione?

“C’è bisogno di punti di riferimento, non solo nei preti, che talvolta si espongono troppo. Dovrebbero farlo più i laici, verrebbero ascoltati di più. In linea di principio la gente è d’accordo con la Chiesa, ma i messaggi riguardanti certi temi, se provengono da vescovi e sacerdoti, spesso vengono letti in maniera negativa, la gente pensa che uno la voglia costringere e prende le distanze. Mi viene in mente la vicenda di Eluana Englaro: io, sacerdote, non posso dire che il papà abbia fatto una scelta diabolica. Un messaggio giusto passerebbe, seguendo quello che dice Papa Francesco, se i parroci aiutassero le persone che hanno malati terminali in casa. Non a caso, il dramma del padre di Eluana è quello di essersi trovato solo”.

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