Pensieri di Vetro 2.2

OPEN SPACE

Era un giorno di primavera inoltrata, la luce del giorno sembrava
non voler più sparire. Eravamo a Williamsburg Brooklyn,
preparammo la cena, pasta e zucchine “Capri Style”, una cosa
leggera, come ritocco un’insalata di pomodori con basilico ed aglio
americani. Erano pomodori di Greenpoint. Il party al quale dovevamo
partecipare fu organizzato in un gigantesco loft, con tanto di
scenografia magazzino, una “chilling out room”, due bar
improvvisati e qualche dj.

Stava per cominciare una nuova esperienza lisergica in quel di New York, la musica era più che decente, i partecipanti deliziosamente adatti alla circostanza.
Quando il viaggio cominciò, per me s’intende, i colori si fecero più
vivi, tantissime altre tonalità si aggiunsero allo spettro, i suoni, le
persone, le luci vivaci, tutto prese una forma intensamente
straordinaria, magicamente quadrimensionale. La mia ricerca dei
mondi al di là della percezione, rappresentava qualcosa di
scientifico, erano più che altro irresistibili esperimenti nel
laboratorio della mente. I giovani nella metropoli che non dorme
mai, che non si spegne nemmeno un’istante, sono speciali,
variopinti, in armonia con l’universo. Avevo visto tantissima gente
che aveva come unico ed irreversibile obiettivo, quello di divertirsi
pacificando, di pacificarsi divertendosi, originalità, accese
metamorfosi dello stile: voglia di evadere da un mondo
oppressivo, da una realtà in qualche maniera logorante.
C’era uno stranissimo tipo alle bibite, se ne stava lì in piedi accanto
ad un enorme bacinella con dentro le stecche di ghiaccio e birre di
una decina di marche differenti. Era esile, coi capelli biondi come
quelli di Sick Boy, alto qualcosa in più di un metro e ottanta, occhi
espressivi, ma chiari come il colore degli iceberg che il sole fa
brillare sfumandoli di azzurro polare. Aveva un lunghissimo
straccio annodato ad un passante dei jeans scuri, sdruciti quanto
bastava, portava una camicia che pareva appena indossata e lo era,
solo con qualche fresca macchia aggiunta qua e là, in modo
sorprendentemente naif. L’amico che mi aveva invitato al party lo
conosceva, lui conosceva tantissima gente, soprattutto in giro per i
locali, era quasi sempre sulla lista degli ospiti. Quando l’alba
pretese il suo spazio, le luci del mattino fecero risaltare le nebbie
sul fiume verso Manhattan, un rosa che diventava giallo tenue, che
si miscelava ad un viola fiabesco, il tutto metteva insieme
un’atmosfera da favola, misteriosa, come quelle con i maghi
dentro, e tutte quelle robe che ispirano a sognare. Non guardavo,
ma cominciavo a vederle le cose, i grattacieli di Downtown, visti
da quella prospettiva, sembravano proporre un nuovo mondo, una
dimensione nascosta… che poteva essere scoperta soltanto in
quelle fortuite circostanze. Un panorama esclusivo, che non
costava nulla, ma era lì con tutto il suo ingarbugliato clamore, tutta
la sua spregiudicata ed innaturale identità. Eravamo lì… fuori dal
locale; io, i due fratelli, il ragazzo platinato seduto su di uno
skateboard ed altre due ragazze; una con i capelli gonfi ed ondulati
in maniera strategica e confusa, indossava degli occhialoni tipo
mascherina, aveva lunghe gambe, polpacci robusti e la carnagione
scura esaltata dal colore del suo strano vestito lilla. L’altra era
bionda, che più bionda non si può, la classica fanciulla anglofona,
con tanto di lentiggini, occhi azzurri e movenze prettamente
“American style”, leggiadra e visibilmente “coccolosa”, di primo
acchito. Per l’after hour a casa di Sick Boy, ci tuffammo al volo in un taxi
privato, con un messicano al volante, che sparò un pezzo
underground a palla, per farci apprezzare il suo mostruosamente
potente impianto stereo. Eravamo abbastanza fuori, tanto da
avergli lasciato venti dollari di mancia, oltre la corsa di dieci,
percepivamo una sensazione di fantasioso benessere, ci rese la
tratta felice. L’appartamento era in un complicato stato di statico soqquadro,
c’erano panni da stirare, o peggio da lavare, dappertutto, sui letti,
sui pavimenti, in bagno, in cucina, sulle sedie, sul divano. In una
stanza c’era un enorme cassettiera, dei materassini al suolo, con
console per i videogames, diverse e con tanti contoller.
“Ou sont tes idoles mal rasèes, bien habilées… Sexy boy, Sexy
Boy”, dalle casse dello stereo, era il 1998, non avevo mai sentito
quella canzone, ma era perfetta, in simmetrica sintonia, si adattava
come un guanto in lattice come colonna sonora di quel lunghissimo
corto cinematografico. Mi sentii in pace, un morbido abbraccio,
una calorosa carezza dritta sul muscolo dell’amore… sembrava di
essere in una scena di un film, con i figli dei fiori, armati di
dolcezza, serenità interiore, gioia dei sensi, libertà assoluta.

Mino Zeta

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