Pensieri di Vetro 1.26

C’E’ CHI DICE CAPRI

C’è chi dice qua, c’è chi dice là, io non mi muovo”, dall’officina
dei gommoni, alto era il volume, come il cocente sole di luglio,
che brillava sulle acque della baia di Mulo.
Il costume era quello Sundek, con la tasca dietro a strappo, per
contenere il pacchetto di Marlboro morbide, con dentro
l’occorrente per evadere, e nel cellophane le banconote stropicciate
per il pranzo, le bibite,ed il biglietto dell’autobus per la risalita.
Nel mio walkman nero e grigio, con le cuffiette in spugna
arancioni, era inserita la cassetta di War degli U2, con pezzi indelebili come
Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day come tracce.
La voglia di una Heineken ghiacciata era tremenda; i capelli erano
lunghi sul collo, l’abbronzatura era finita, la maglietta sdrucita che
s’usava, lo zainetto conteneva il minimo indispensabile: libro,
accendino e telo da mare azzurro come il cielo. Gli amici erano
come fratelli, che poi sono diventati amici, che poi son divenuti
conoscenti o perfetti sconosciuti. La giornata era lunga, senza
nessuna applicazione, senza “fakebook”, senza messaggi, qualche
chiamata dal telefono fisso… (forse sotto quest’aspetto… meglio
ora). Non c’era un cazzo ma le ragazze, per fortuna, non
mancavano, sempre curate e splendidamente accattivanti, i numeri
di telefono andavano dettati per essere memorizzati, anche perché
con solo quattro cifre non era poi questa grossa fatica.
Avevo preso una cotta per la ragazza sbagliata, sulla terrazza del
primo piano del bar ristorante, frequentata di continuo e sempre
satura di gioventù frizzante, fanciulle popolari, villeggianti “cool”
ed indigeni quasi famosi. La gente ha sempre avuto la cattiva e
sregolata abitudine di sputtanare il prossimo nel mormorio legato
alla massima… paese piccolo e via discorrendo. Grandissimo palo,
poca sofferenza, tanta delusione, perdita momentanea e reversibile
d’autostima, golosa fumata, quasi racchia di riserva, sbronza poco
molesta e rispettosa, sulla tratta Embassy – Pompeiana – Blu Bar, e
giù via il “due di picche”, finì nel dimenticatoio. Quella estate,
quella del 1987, “La Bamba” dei Los Lobos era prima in
classifica, c’erano anche “Bad” ed “I Want your sex”; nientedimeno se
non ricordo male c’era “I want to love” di Tina Charles in
discoteca e si ballava addirittura “Living in a box”. Durante
quelle serate incandescenti, con nubi tossiche, il tutto dovuto al
permissivismo tabagico, in tutti, proprio tutti i locali.
I piattini col sale ed il limone per le bicchierate di “tequila bum
bum” vietate, ma eccessivamente consumate, cercavano di rendere
meno aspra quella spensierata dolcezza, ma riuscivano nel far
perdere il contatto con la realtà ed a rendere felici in modo
“amaragnolo”, beato, a sfiorare l’eccessivo. Le “mappine”, per
battere il bicchiere che serviva a far esplodere le bombe, le ricordo,
erano a quadroni con righe rosse, o verdi, od in marrone chiaro. La
strada per casa, in modo obbligato, doveva essere quella di
Sopramonte e la colazione al mattino, rigorosamente con bomba
alla crema oppure al cioccolato bollente, con cappuccino freddo e
sigaretta a caso, scroccata dal tirchio di turno: “ Pecché nun
t’accatta ‘e sigarette!”. Nell’offrirti quella “merdosa” Merit blu.

Mino Zeta

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