Pensieri di Vetro 1.23

FILONE CON FERMO
Era un mercoledì di primo inverno, di quelli pieni di sole però, con
la temperatura mite di un deliziosamente morbido giorno
primaverile. Quando eravamo in ritardo per l’autobus arancione,
quando si riusciva a mettere insieme un bel terzetto, di giovinastri
popolari, non c’era altro da fare che marinare la scuola. Il piano era quasi sempre lo stesso, le località scelte cambiavano spesso ed a seconda del meteo; quel mattino optammo unanimi per Cetrella…
quindi rosetta con pancetta, melanzane e funghi sottolio,
bottiglia di Pinot Grigio, super santos, poi seggiovia e freedom.
Il più ribelle dei tre – uno che lo è stato purtroppo fino alla fine –
giocava con uno spinello da confezionare, che non fumammo in
tre, dopo esserci rifocillati, inebriandoci con l’aria felice e
saluberrima, sull’eremo più meraviglioso del pianeta. Sfogammno
tutte le tensioni adolescenziali giocando a palla avvelenata,
“ferito, moribondo e muorto”, nella piscina svuotata, poi
cominciammo ad annoiarci. Decidemmo allora di tornare a
valle, dopo un passaggio dal “Monumento” fino ai “Due Golfi”;
visto che gli altri due avevano le sorelle alle medie – e la nostra ex
scuola era lì a due passi – decidemmo ingenuamente di far visita alle
ragazze. Frequentavano la terza, se non erro, la classe era quella
adiacente alla palestra, ubicata ai piani inferiori; dopo aver
inavvertitamente distrutto un pupazzo di cartapesta, nell’aula di
educazione artistica, fummo denunciati da un professore all’ufficio
della presidenza. Quel giorno c’era la vicepreside che tra l’altro,
conosceva tutti e tre, ci prese in ostaggio, alzò la cornetta e chiamò
i carabinieri. Dopo circa sei minuti, arrivò il super brigadiere col
pizzetto, che ci trattò immediatamente come delinquenti abituali,
manco avessimo ammazzato quel fantoccio di cartone (che era
anche venuto molto male come lavoretto). Uno di noi,che era solito
portarsi dietro i guanti – quelli da motociclista, per intenderci – fu
subito additato come il professionista del gruppo, quello che non
avrebbe voluto lasciare impronte… ahahah! Ci condussero in
caserma, mia madre lavorava come sempre, era lì perché vedova a
spaccarsi la schiena; sbagliavo a dire il vero, a farmi trascinare
sulla cattiva strada, anche se poi tra l’altro la colpa veniva trasferita
a me abitualmente dagli altrui genitori. I due compari di “filone”
furono prelevati dai loro papà, visto che io non ne avevo uno,
perché il mio era morto quando avevo appena due anni, essi
garantirono per me.
Da quel giorno, ogni qualvolta decidevo di marinare la scuola
sull’isola od altrove, al massimo lo facevo con un solo altro
elemento, un mio caro amico amava definirmi, il “filonista”.

Mino Zeta

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